Il presidente statunitense Donald Trump ha firmato ieri nella cornice del World Economic Forum a Davos (Svizzera) la carta costitutiva del Board of Peace, un nuovo organismo internazionale concepito ufficialmente per sostenere la stabilizzazione e la ricostruzione della Striscia di Gaza dopo anni di conflitto. La cerimonia ha attirato l’attenzione delle capitali di tutto il mondo e ha già suscitato un acceso dibattito sul ruolo futuro di questo organismo, la sua legittimità e il suo rapporto con istituzioni multilaterali come l’ONU.
Secondo quanto previsto dalla carta firmata, il Board of Peace nasce con l’ambizione di “promuovere stabilità, ripristinare una governance affidabile e assicurare una pace duratura” nelle aree colpite da conflitti, con una prima focalizzazione sulla fase post-bellica nella Striscia di Gaza. In realtà, la sua funzione si è rapidamente allargata nel discorso pubblico internazionale: Trump ha parlato di un organismo che, pur lavorando inizialmente con le Nazioni Unite, potrebbe intervenire su altri fronti globali oltre all’area mediorientale.
Cos’è e come funziona il Board of Peace
Il Board of Peace è concepito come una struttura multilaterale con un Executive Board e un presidente, ruolo che sarà ricoperto dallo stesso Donald Trump. Secondo la bozza della carta, Trump manterrà poteri di grande rilievo, inclusa la possibilità di nominare membri, esercitare veto su decisioni e designare il proprio successore. La partecipazione non è automatica: ai Paesi invitati è offerta una quota base gratuita per tre anni; chi desidera un seggio permanente deve versare almeno 1 miliardo di dollari.
L’idea originaria ricade in una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (Risoluzione 2803), adottata nel novembre 2025, che includeva l’iniziativa come parte della strategia internazionale per la pace e la ricostruzione di Gaza. Tuttavia, osservatori internazionali evidenziano che la versione attuale del Board manca di riferimenti specifici a Gaza o a un mandato multilaterale formalmente riconosciuto al di là di quel contesto.
Chi ha aderito
Durante la cerimonia di Davos, circa 20 Paesi hanno messo la loro firma alla carta. Tra gli aderenti figurano nazioni di diverse aree geografiche:
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Israele (formalmente aderente, anche se il premier Netanyahu non ha partecipato di persona)
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Argentina e Ungheria
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Arabia Saudita, Egitto, Giordania, Qatar, Emirati Arabi Uniti
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Pakistan, Bahrein, Kosovo, Kazakistan
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Bielorussia, Marocco, Turkmenistan, Uzbekistan
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Indonesia, Vietnam
La partecipazione di questi Paesi indica un sostegno alla visione di Trump o, in alcuni casi, un interesse strategico nel far parte di un nuovo forum internazionale dal potenziale politico ed economico significativo.
Chi ha detto no e i grandi assenti
Molti Stati europei e altri importanti attori globali si sono distaccati dall’iniziativa, criticando la sua struttura e l’ambiguità del mandato:
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Franciae Regno Unito hanno formalmente rifiutato l’invito, esprimendo preoccupazione per la possibile sovrapposizione con il ruolo dell’ONU e per la presenza di leader controversi tra gli invitati.
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Norvegia, Svezia e Slovenia hanno anch’essi annunciato la loro decisione di non aderire.
In aggiunta, la Germania, Italia, Canada, India, Cina, Russia e il Vaticano non hanno ancora confermato la loro adesione, con alcune di queste capitali che stanno valutando attentamente la proposta o hanno espressamente rimandato la decisione.
Dibattito internazionale
Il Board of Peace ha scatenato un acceso dibattito diplomatico: da un lato, i sostenitori sottolineano la possibilità di accelerare gli sforzi per la ricostruzione e stabilità di Gaza; dall’altro, critici e Paesi scettici vedono nell’iniziativa un tentativo di creare un organismo parallelo alle strutture multilaterali consolidate, potenzialmente sotto l’influenza di Washington e senza un chiaro bilanciamento istituzionale.
In questo scenario complesso, la nascita del Board of Peace rappresenta un punto di svolta inedito nelle relazioni internazionali e nella gestione dei conflitti, con potenziali implicazioni per la diplomazia multilaterale e l’ordine globale. Le prossime settimane saranno decisive per comprendere se l’organismo riuscirà a tradurre le ambizioni in risultati concreti sul terreno, in particolare per la popolazione di Gaza.
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