Il 2025 è stato l’anno in cui una parte consistente della comunità internazionale ha osservato con crescente inquietudine l’evoluzione politica di Donald Trump, percependo con maggiore chiarezza i tratti autoritari che hanno segnato il suo linguaggio, la sua strategia e la sua visione del potere. Non si è trattato solo di una nuova campagna elettorale o di un ritorno sulla scena politica, ma di un passaggio che ha messo alla prova la tenuta delle istituzioni democratiche statunitensi e, per estensione, degli equilibri globali.
Nel corso dell’anno, Trump ha progressivamente abbandonato ogni residua ambiguità, adottando una retorica sempre più esplicita contro i contrappesi istituzionali. Giudici, media indipendenti, funzionari elettorali e apparati federali sono stati descritti come nemici interni, parte di un sistema “corrotto” da epurare. Un linguaggio che, per molti osservatori, richiama dinamiche già viste in altri contesti democratici scivolati verso forme di autoritarismo competitivo.
Uno degli aspetti più allarmanti è stato il rapporto con lo Stato di diritto. Le inchieste giudiziarie a suo carico sono state sistematicamente presentate come persecuzioni politiche, alimentando una narrazione vittimistica che ha rafforzato il legame emotivo con la sua base. In questo schema, la legge non appare più come un principio neutrale, ma come uno strumento piegato alla volontà del leader o, al contrario, come un’arma usata illegittimamente contro di lui. Una visione che mina alla radice la fiducia nelle istituzioni.
Sul piano internazionale, il ritorno di Trump al centro del dibattito ha avuto un effetto destabilizzante. Alleati storici degli Stati Uniti hanno iniziato a interrogarsi sulla reale affidabilità di Washington, di fronte a dichiarazioni che mettono in discussione accordi multilaterali, organismi sovranazionali e persino alleanze strategiche come la NATO. L’idea di una politica estera fondata sul ricatto economico, sui dazi e sulla logica transazionale ha rafforzato il timore di un mondo più frammentato e imprevedibile.
Il 2025 è stato anche l’anno in cui il trauma del 6 gennaio 2021 è tornato con forza nel dibattito pubblico. Trump non solo non ha preso le distanze in modo netto dall’assalto al Campidoglio, ma ha continuato a minimizzarne la portata, arrivando in alcuni casi a riabilitare politicamente i protagonisti di quella giornata. Per molti analisti, questo atteggiamento rappresenta un segnale inequivocabile: la violenza politica viene normalizzata quando serve a consolidare il consenso.
Eppure, l’anno non è stato segnato solo dall’avanzata di questa deriva. Le reazioni della società civile, dei tribunali, di una parte della stampa e di settori dell’establishment politico hanno mostrato che esistono ancora anticorpi democratici. Milioni di cittadini, negli Stati Uniti e altrove, hanno seguito con attenzione e preoccupazione gli sviluppi, consapevoli che ciò che accade a Washington ha ripercussioni globali.
Il 2025 resterà quindi come l’anno in cui il mondo ha guardato nell’abisso autoritario rappresentato da Donald Trump, non per semplice curiosità, ma per comprendere quanto fragile possa essere la democrazia quando il potere personale tenta di sovrastare le regole. Uno sguardo che, per molti, è stato anche un monito.
Acquista un libro
Climate Change – The Greatest Challenge of Our Time
One Hundred Ways to Love Pasta: Regional and Gourmet Recipes
